mercoledì 2 dicembre 2009

Happy hour


Il bar del centro commerciale ha un dehors sulla terrazza, senza servizio ai tavoli. Anche se all’aperto, la musica, diffusa ad alto volume dall’impianto centrale, riesce a superare le porte a vetri scorrevoli e raggiungermi come la colonna sonora in un film.
Ad un tavolo uomini in giacca sorseggiano il loro spritz. Parlano di problemi di magazzino, del calo delle vendite nell’ultimo periodo e del fatto che occorrerà del tempo prima che le scorte si riducano per fare nuovi ordinativi ai clienti. Però non sembrano preoccupati.
Tre adolescenti invece sono rilassate su un divanetto poco distante da me. Le sento parlare.
Stanno progettando la loro serata. Parlano di Marco, quello brutto e del suo amico single, quello figo. Sghignazzano. Una delle tre maneggia al cellulare per cercare l’ultimo sms da far vedere alle amiche. Trovato! È dell’amico di Marco, quello carino e single. Ridono e si guardano in modo complice.
Su una panchina di legno della terrazza, seduta in disparte dal rito collettivo dell’aperitivo, una ragazza è assorta a leggere un libro. Attira la mia attenzione perché, come una macchia su un vestito fresco di bucato, spezza la trama omogenea a tinta unita fatta di musica, spritz e ragazzine.
Per un attimo immagino che la ragazza legga storie di luoghi fantastici, di orizzonti raggiungibili in cui tutto è possibile, dove i personaggi agiscono come in un film, sicuri nel loro ruolo drammatico.
Subito dopo alzo lo sguardo oltre la ragazza. Alle sue spalle si staglia in controluce la tangenziale est che corre parallela all’autostrada. Le auto, come puntini colorati, brillano al sole, la musica gentilmente offerta dal centro commerciale incalza facendo da colonna sonora all’happy hour, al mio tavolo, alle tre ragazzine che sghignazzano e agli uomini in giacca che bevono spritz.
Alla fine penso che non sia proprio un gran film.
fine

mercoledì 11 novembre 2009

Fast food


È fine agosto. Il centro commerciale, come un formicaio, pullula di gente abbronzata e vestita ancora in modo informale.
Sono le tredici, ora di punta per la pausa pranzo. Sono abbastanza annoiato che non ho voglia di sorbirmi il solito vociare, il traffico di vassoi e sedie troppo vicine nell’area ristoro. Decido di allontanarmi e tentare la fortuna altrove, da Ristò o Burger King. Opto per quest’ultimo.

La fila non manca, ma è scorrevole. Sono abbastanza disinteressato ai vari menu, a me incomprensibili, che ordino al ragazzo il menu n°1, pensando di cavarmela velocemente. Il ragazzo rimane perplesso e con pazienza e gentilezza standard, forse per dovere contrattuale, mi tempesta di domande per completare l’ordinazione. - La coca piccola o grande? - Quale salsa, ketch-up o maionese? - gradisce un caffè?
Rispondo meccanicamente a tutto. Alla fine, come in un concorso a premi, ho vinto il menu n1.

Mi ritrovo con il vassoio in mano e il mio “ premio”. Con lo sguardo faccio una panoramica della sala per vedere un posto disponile dove accomodarmi. Niente. Tutti occupati o spaiati. Un signore anziano con la moglie, seduto ad un tavolo da sei posti attira la mia attenzione con lo sguardo, indicandomi che da lui c’è del posto libero. Anche se la sistemazione, inizialmente scartata, non mi fa impazzire di gioia, accolgo l’invito.
Accetto meccanicamente con la stessa indolenza e passività con la quale ho scelto il menu n1 perché penso che alla fine non faccia una gran differenza. In realtà mi risolve l’incombenza di dover scegliere un tavolo, quindi mi lascio scegliere dal tavolo.

Addento il mio Whopper Burger, a sorpresa sembra anche buono. Mi guardo intorno e noto come la clientela sia variamente assortita. Famiglie intere che scelgono il menu, mamme sole con bambini al seguito che fanno i capricci sulla scelta del menu, commesse in divisa dell’Iper coop in pausa, nonne con nipoti, adolescenti che parlano delle vacanze appena trascorse.

Accanto a me, marito e moglie seduti uno di fronte all’altro, mangiano silenziosi il loro trancio di pizza nel vassoio di carta dato in dotazione come coperto. Potrei scambiare due parole con loro, ma non ho voglia di parlare.
Finito il loro pasto, prima di alzarsi, avvolgono il cibo avanzato in un foglio di carta e lo infilano in una borsa. Si allontanano spingendo il carrello della spesa. Mentre li guardo andare via mi domando quale tipo di sforzo abbiano dovuto fare per adattarsi a questo presente. Mi assale una certa tristezza. È profonda, consapevole e totalizzante, causata da nulla di preciso.

Forse è bastato mangiare un Whopper Burger al Burger King o vedere due anziani pranzare al centro commerciale e avvolgere in un tovagliolo i resti del loro pranzo.

fine

giovedì 29 ottobre 2009

Perché no

La luce al neon, come ogni giorno, splende dando alle cose una dimensione fuori dal tempo. Tutto è ben visibile e privo di ombre. La plastica colorata delle confezioni risalta sotto la luce fredda del neon.
L’ultimo successo della hit parade si diffonde per tutto il centro commerciale stordendomi già dal parcheggio.
Dal fondo del reparto piccoli elettrodomestici, PED per gli addetti ai lavori, avanza una commessa sulla cinquantina d’anni, affaticata dalla sua pinguedine.
Mi compare davanti con un sorriso stampato in faccia e con l’aria di chi ha voglia di attaccare bottone.
- … certo che ora il reparto accessori è veramente più in ordine … funziona meglio -
- sì, effettivamente... con un lavoro assiduo, i risultati si vedono - rispondo io, continuando a controllare un cartone di batterie nuovo di magazzino.
Stimolata dalla mia risposta, e con lo sguardo di chi sta per rivelare una verità profonda ma con l’incertezza di chi non è abituato ad essere ascoltato nel fare proposte che abbiano la minima incidenza sulla realtà, la commessa grassoccia incalza
- certo che … anche io, appena posso … sistemo le cose - e aggiunge, guardandomi circondato da cartoni pieni di batterie
- io con tutte queste batterie farei un bel cestone promozionale... qui … proprio vicino alle casse - intanto, con il suo enorme corpo, occupa lo spazio per visualizzare la posizione della cesta e dare così forma alla sua idea.
Finisce la frase tutto di un fiato, senza guardarmi negli occhi, forse già pentita di avermi rivelato il suo pensiero.
- certo, perché no, mi sembra una buona idea - rispondo io con immediatezza e nel contempo mi sforzo di simulare un certo interesse per la conversazione.
La mia risposta positiva senza esitazioni coglie di sorpresa la commessa grassoccia, disegnandole sul viso un sorriso compiaciuto e fiero per aver osato. Probabilmente quella stessa sera, la commessa tornando a casa stanca della giornata, ripenserà ai pochi istanti fuori dall’ordinario meccanico, in cui ha vinto ogni suo timore. Forse la stessa sera, a cena, racconterà ai suoi genitori anziani ciò che le è successo oggi al lavoro. O al contrario, poiché vive sola, non potrà raccontare nulla a nessuno, se non alla sua gatta, che la fisserà indifferente.
L’unica cosa certa, è che la mia casella di posta elettronica la stessa mattina aveva un lapidario messaggio in arrivo da parte del buyer
- In previsione del volantino promozionale del mese in corso, predisporre in tutti i punti vendita un cestone di batterie ministilo Duracel -
- sì, certo, perché no - ho pensato io.
La luce al neon splenderà anche domani e illuminerà ogni cosa.

Estetica anestetica


I non luoghi come i centri commerciali che, mio malgrado, sono solito frequentare per motivi di lavoro, riservano delle sorprese. Visioni inaspettate, momenti di arte pura involontaria, nonostante il contesto.
Preso dall'entusiasmo e dotato di mezzi tecnici non indifferenti, mi affrettai a scattare la foto e inviarla ad un amico, con il testo seguente:

Duchamp è morto!






Bhè, che dire, fino a qui tutto bene...