
È fine agosto. Il centro commerciale, come un formicaio, pullula di gente abbronzata e vestita ancora in modo informale.
Sono le tredici, ora di punta per la pausa pranzo. Sono abbastanza annoiato che non ho voglia di sorbirmi il solito vociare, il traffico di vassoi e sedie troppo vicine nell’area ristoro. Decido di allontanarmi e tentare la fortuna altrove, da Ristò o Burger King. Opto per quest’ultimo.
La fila non manca, ma è scorrevole. Sono abbastanza disinteressato ai vari menu, a me incomprensibili, che ordino al ragazzo il menu n°1, pensando di cavarmela velocemente. Il ragazzo rimane perplesso e con pazienza e gentilezza standard, forse per dovere contrattuale, mi tempesta di domande per completare l’ordinazione. - La coca piccola o grande? - Quale salsa, ketch-up o maionese? - gradisce un caffè?
Rispondo meccanicamente a tutto. Alla fine, come in un concorso a premi, ho vinto il menu n1.
Mi ritrovo con il vassoio in mano e il mio “ premio”. Con lo sguardo faccio una panoramica della sala per vedere un posto disponile dove accomodarmi. Niente. Tutti occupati o spaiati. Un signore anziano con la moglie, seduto ad un tavolo da sei posti attira la mia attenzione con lo sguardo, indicandomi che da lui c’è del posto libero. Anche se la sistemazione, inizialmente scartata, non mi fa impazzire di gioia, accolgo l’invito.
Accetto meccanicamente con la stessa indolenza e passività con la quale ho scelto il menu n1 perché penso che alla fine non faccia una gran differenza. In realtà mi risolve l’incombenza di dover scegliere un tavolo, quindi mi lascio scegliere dal tavolo.
Addento il mio Whopper Burger, a sorpresa sembra anche buono. Mi guardo intorno e noto come la clientela sia variamente assortita. Famiglie intere che scelgono il menu, mamme sole con bambini al seguito che fanno i capricci sulla scelta del menu, commesse in divisa dell’Iper coop in pausa, nonne con nipoti, adolescenti che parlano delle vacanze appena trascorse.
Accanto a me, marito e moglie seduti uno di fronte all’altro, mangiano silenziosi il loro trancio di pizza nel vassoio di carta dato in dotazione come coperto. Potrei scambiare due parole con loro, ma non ho voglia di parlare.
Finito il loro pasto, prima di alzarsi, avvolgono il cibo avanzato in un foglio di carta e lo infilano in una borsa. Si allontanano spingendo il carrello della spesa. Mentre li guardo andare via mi domando quale tipo di sforzo abbiano dovuto fare per adattarsi a questo presente. Mi assale una certa tristezza. È profonda, consapevole e totalizzante, causata da nulla di preciso.
Forse è bastato mangiare un Whopper Burger al Burger King o vedere due anziani pranzare al centro commerciale e avvolgere in un tovagliolo i resti del loro pranzo.
fine